TEORIA E PRATICA DELLA DIAGNOSI IN PSICOSINTESI

Alberto Alberti, Nives Favero

INTRODUZIONE

“Preferisco sforzarmi di comprendere l’uomo nella prospettiva della sua salute . . .”

C. G. Jung

SEMEIOTICA

La parola diagnosi deriva dal termine greco diagnosis, che significa riconoscimento. Il suo significato etimologico è dunque l’analisi e il rilievo semeiologico di segni e sintomi, la loro valutazione e raggruppamento in complessi sintomatici (sindromi) ed il loro inquadramento nosografico. Ciò rimanda ad una etiologia (che in psichiatria, a differenza degli altri settori della medicina, è quasi sempre solo “ipotizzata”), ad un decorso e ad un esito. Quando il complesso sindromico acquisisce particolari ed omogenee caratteristiche di decorso (inoltre è stabile in contesti socioculturali diversi, risponde in modo omogeneo al trattamento ecc.) oppure è riconducibile a supposti o documentati fattori causali etiopatogenetici, allora si può effettuare la diagnosi (sindromica o etiologica) di entità nosografica. Il processo diagnostico è fondamentale per la formulazione della prognosi e per la scelta del piano terapeutico. La disciplina che, attraverso il rilievo e la valutazione di segni e sintomi, consente di giungere alla formulazione diagnostica è la semeiotica. La semeiotica psichiatrica nasce con la psichiatria biologica, facendo riferimento al modello psicopatologico dell’allora vigente indirizzo clinico-descrittivo e nosografico. Lo strumento fondamentale, di cui si serve la semeiotica psichiatrica, è il colloquio, mediante il quale il medico psichiatra può:

  • instaurare col paziente una relazione di fiducia;
  • raccogliere i dati anamnestici;
  • effettuare un esame obiettivo psichiatrico.

Comunque la metodologia semeiologica usata per rilevare e valutare segni e sintomi, ai fini della formulazione diagnostica, varia in funzione della teoria della personalità e del modello di psicopatologia a cui fa riferimento.

Tali modelli teorici si sono evoluti, nel corso degli anni, parallelamente all’evoluzione della stessa scienza psichiatrica.

PSICOPATOLOGIA PRE-SCIENTIFICA

La psichiatria primitiva, tuttora attuale in determinati spazi geografici e culturali, fa riferimento ad un modello psicopatologico prevalentemente inconscio, corrispondente alla fase simbiotico-indifferenziata dello sviluppo dell’uomo (Sé inconscio).

Essa presenta però alcuni aspetti positivi, che necessitano a nostro avviso di essere rivalutati. Tra di essi fondamentale è la dimensione spirituale come punto di riferimento per l’immagine dell’uomo e per l’interpretazione della sofferenza e della malattia, e soprattutto l’aspetto di sacralità dell’arte terapeutica.

L’anima veniva considerata come l’essenza profonda dell’uomo, come un vero e proprio centro unificatore, che mantiene la personalità umana sana, unita e coesa in se stessa. La malattia mentale era considerata come una condizione di assenza dell’anima (oggi diremmo assenza del Sé), determinata da fattori diversi, per lo più di origine sovrannaturale. La terapia effettuata era in relazione alle interpretazioni etiologiche ipotizzate (Sarteschi, Maggini, 1982, p. 1012), tra cui:

  • introduzione di un oggetto-malattia: la terapia consisteva nell’estrazione dell’oggetto;
  • assenza dell’anima: la terapia veniva intesa come recupero, richiamo e restituzione dell’anima perduta;
  • introduzione di uno spirito, di un demone (possessione demoniaca): la terapia è intesa come esorcismo, estrazione del demone, trasferimento del demone in un altro essere vivente;
  • infrazione di un tabù, colpa, peccato: la terapia veniva intesa come confessione e remissione dei peccati;
  • stregoneria, maleficio, fattura, magia nera: la terapia è intesa come magia bianca, che si contrappone al maleficio, ripara e risana.

La terapia aveva il significato generale di tendere a riportare l’anima nel soggetto. Tale scopo veniva raggiunto mediante la restituzione all’uomo paziente delle sue dimensioni fondamentali:

  • dimensione orizzontale, di relazione con gli altri, partecipazione e integrazione con la collettività. L’uomo malato non veniva emarginato, ma al contrario tutta la collettività era presente e partecipava al suo processo di guarigione e reinserimento sociale. Veniva usata la capacità della collettività di assorbire e metabolizzare la sofferenza dell’uomo malato;
  • dimensione verticale, di contatto col divino e col cosmo, che permette all’uomo malato di riconciliarsi con Dio; il fine era quello di far assorbire e metabolizzare la sofferenza del paziente a livello cosmico e universale. Ciò poteva avvenire mediante l’ausilio di una figura intermediaria tra l’umano e il divino (sciamano, sacerdote, stregone, esorcista ecc.).

Ciò significa che l’arte terapeutica c.d. primitiva si identificava con la capacità di restituire all’uomo che soffre la sua anima e con essa la sua dimensione di sacralità, mediante l’intervento di figure di alto livello spirituale e con la partecipazione rituale di tutta la collettività sociale.

PSICOPATOLOGIA CLASSICA (CLINICO-DESCRITTIVA E NOSOGRAFICA)

Tale modello nasce nell’800 ed è caratterizzato dalla descrizione dei fenomeni psicopatologici, così come li descrivono i pazienti stessi e così come può descriverli il terapeuta in base alla sua osservazione. Tale teoria psicopatologica necessita di una astrazione-disarticolazione artificiosa della vita psichica dalla soggettività umana e dall’insieme della personalità, una sua suddivisione in funzioni psichiche, la rilevazione delle alterazioni di tali funzioni (segni e sintomi), il loro raggruppamento in complessi sintomatici o sindromi, la loro valutazione e sistematizzazione nosografica. Questo modello segna l’inizio della psichiatria c.d. scientifica e si distingue per il suo atteggiamento di rinuncia al sovrannaturale e per il tentativo di interpretare e curare le malattie mentali in modo naturale. Nello sforzo di proporsi come scienza, la psichiatria si è servita degli stessi metodi (quantitativi, statistici e sperimentali) usati per le scienze naturali, riducendo così la soggettività umana solo a ciò che era riscontrabile oggettivamente, in altre parole al corpo ed al comportamento. Pertanto il modello psicopatologico classico si fonda essenzialmente su di una interpretazione fisico-biologica dei disturbi psichici (indirizzo medico-biologico-organicistico della psichiatria, che si caratterizza anche come clinico-descrittivo-nosografico). Questo modello culmina nell’opera di Kraepelin, che impostò una rigorosa classificazione nosografica, che costituisce tuttora un importante punto di riferimento e di partenza per tutti gli studi psichiatrici, e successivamente di Bleuler, che proseguì il lavoro di Kraepelin ed introdusse il termine di schizofrenia.

L’indirizzo medico-biologico della psicopatologia e della psichiatria ha avuto in seguito importanti sviluppi nel campo delle terapie fisiche e farmacologiche.

PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICO-ESISTENZIALE

Questo modello nasce nel 1913 con la pubblicazione dell’opera di Karl Jaspers Psicopatologia Generale.

Jaspers, facendo propria la lezione di Dilthey, che aveva operato una distinzione tra lo spiegare delle scienze della natura (secondo il principio di causalità) e il comprendere delle scienze dello spirito (secondo il principio di motivazione), ed accogliendo i principi della filosofia fenomenologica di Husserl, tesa ad osservare e cogliere i fenomeni nel come si manifestano e si rivelano nella loro essenza, elaborò una psicopatologia fenomenologica caratterizzata dalla possibilità di comprendere i vissuti soggettivi (Erlebt) del paziente, mediante un atteggiamento di partecipazione empatica da parte del terapeuta (Einfuhlung).

Si tratta dunque di una psicopatologia soggettiva, il cui limite è costituito dal muro di incomprensibilità dei fenomeni psicotici, per i quali dovette ricorrere ad una spiegazione causale, propria delle scienze della natura. Tali limiti sono stati poi superati nel 1955 da Ludwig Binswanger, che rifacendosi all’intenzionalità della coscienza di Brentano ed alla fenomenologia di Husserl, ma soprattutto alla filosofia esistenziale di Heidegger (essere nel mondo), ha fondato una psicopatologia esistenziale, a cui ha dato il nome di Daseinsanalyse. La psicopatologia di Binswanger supera le dicotomie tra l’Io e il mondo, tra norma e devianza, tra salute e malattia, descrivendo i vari modi di essere-nel-mondo come possibilità dell’esistenza umana, astenendosi da giudizi di valore ed attribuendo a tutti i tipi e stili di esistenza, anche al modo alienato e psicotico di essere nel mondo, una sua norma ed una sua significatività. Questo approccio psicopatologico fenomenologico-esistenziale va oltre sia quello clinico-descrittivo e nosografico della psichiatria biologica, che nel tentativo di oggettivare spersonalizzava l’esserci della presenza umana, sia quello fenomenologico soggettivo della psicopatologia di Jaspers, il cui soggettivismo si fermava di fronte all’incomprensibilità dei fenomeni psicotici.

PSICOPATOLOGIA PSICODINAMICA (PERSONALE)

Questo modello nasce alla fine del XIX secolo con le concezioni di Janet e soprattutto di Freud e del movimento psicoanalitico. Inizialmente osteggiato dalla psichiatria ufficiale, si è gradualmente affermato fino a permeare in misura sempre maggiore la cultura psichiatrica attuale, sia nei suoi aspetti teorico-conoscitivi sia nella sua prassi quotidiana. Secondo tale modello la vita psichica è concepita come un gioco dinamico di forze (concezione dinamico-energetica), quali pensieri e rappresentazioni ma soprattutto fattori emotivo-affettivi e istintuali, situati nella coscienza, ma per la maggior parte nella dimensione inconscia (concetto di inconscio), i quali interagiscono tra loro e determinano le manifestazioni psicopatologiche (concetto della psicogenesi della psicopatologia). Viene data notevole importanza alla storia reale o fantasmatica dell’infanzia (concezione dei conflitti inconsci infantili non risolti). I sintomi sono considerati come una forma di compromesso tra i conflitti inconsci e i meccanismi di difesa dell’Io. Il trattamento elettivo dei disturbi psicopatologici è costituito dalla psicoterapia (o cura con mezzi psichici) che permette di realizzare una presa di coscienza (o insight) dei conflitti inconsci specie attraverso l’analisi della loro riedizione nel rapporto tra terapeuta e paziente (transfert). Il modello psicopatologico psicodinamico non si identifica comunque con la psicoanalisi, ma con tutti gli orientamenti che, pur originatisi sulla base del tronco psicoanalitico, se ne sono anche notevolmente diversificati, mantenendo comunque la concezione dinamico-energetica di fondo della vita psichica, le sue manifestazioni coscienti e inconsce e la loro influenza sui fenomeni psicopatologici. Il movimento psicoanalitico nella sua diffusione è andato incontro a dissidenze e scissioni (Adler, Jung, Rank, Reich); si è sviluppato secondo una linea ortodossa nella psicologia dell’Io (Hartmann) e in quella delle relazioni oggettuali (Bion, Klein, Kohut); si è esteso, con alcune modificazioni, nella dimensione interpersonale e socio-culturale (Fromm, Horney, Sullivan), in quella relazionale familiare e sociale (Bateson, Lidz, Palazzoli-Selvini, Watz-lawick ecc.), fino alla contestazione politica e al movimento c.d. antipsichiatrico (Basaglia, Cooper, Laing, Szaz ecc.); inoltre ha esteso le sue applicazioni nella direzione dell’infanzia (Bettelheim, Bowlby, Erikson, Anna Freud, Klein, Mahler, Spitz, Stern ecc.) e in quella specifica del trattamento delle psicosi (Arieti, Bion, Federn, Fromm-Reichmann, Klein, Laing, Rosen, Sechehave, Sullivan ecc.).

PSICOPATOLOGIA INTERPERSONALE E SOCIALE

Questo modello psicopatologico nasce negli USA intorno agli anni Trenta, in seguito all’affermarsi delle teorie sociologiche e della psicologia sociale e della revisione culturalista della psicoanalisi (Fromm, Horney, Sullivan); pro- segue poi negli anni Cinquanta con le osservazioni sulle influenze determinanti delle figure genitoriali sui bambini (vedi il concetto di madre schizofrenogena della Fromm-Reichmann e quello di madre perversa di Rosen); affonda poi le sue radici nella teoria generale dei sistemi (Von Bertalanfy) e nella teorie della comunicazione (Watzlawick) e si sviluppa nella Scuola di Palo Alto con gli studi sulla psicopatologia della comunicazione (Bateson, Jackson ecc.). In Europa la diffusione della cultura psicodinamica e di quella fenomenologico-esistenziale ha determinato gradualmente, a partire dagli anni Cinquanta (in Inghilterra e in Francia) e a partire dagli anni Sessanta (in Italia), il recupero della dimensione umanistica e il graduale spostamento dell’ottica psicopatologica da una concezione biologico-individualistica ad una psicologica e relazionale. Sono derivati mutamenti importanti nel campo operativo psichiatrico, quali lo sviluppo della psichiatria di settore, la nascita delle comunità terapeutiche (Jones, Laing), la psicoterapia istituzionale, lo sviluppo delle terapie familiari e relazionali, il movimento antipsichiatrico con la contestazione delle istituzioni manicomiali (Basaglia, Cooper, Laing), la politica psichiatrica e la Legge 180 in Italia, lo spostamento dell’ottica dell’intervento psichiatrico dalle istituzioni al territorio, l’affermarsi della psichiatria di comunità con i suoi corollari (le strutture intermedie, le visite ambulatoriali e domiciliari, la diminuzione dei tempi di degenza ospedaliera, le equipe multidisciplinari, le microequipe operative territoriali, l’intervento riabilitativo, i progetti individualizzati ecc.), lo sviluppo infine della psicologia e psichiatria transculturale. Il modello psicopatologico interpersonale e sociale si fonda in generale sull’interpretazione dei fenomeni psicopatologici come causati dalla “oppressione cosciente o inconscia dell’uomo sull’altro uomo” (Alberti, 1997, p. 22). Per esempio viene data notevole importanza non tanto ai vissuti fantasmatici dei conflitti infantili (Freud, Klein ecc.), quanto alle distorsioni reali sia dei rapporti interpersonali bambino-genitori e sia di quelli tra individuo e ambiente socio-culturale (Bateson, Fromm-Reichmann, Jackson, Laing, Lidz, Kohut, Miller, Sullivan ecc.).

PSICOPATOLOGIA TRANSPERSONALE

Questo modello si diffonde intorno agli anni Sessanta, come sviluppo della psicologia umanistico-esistenziale americana (Allport, May, Rogers ecc.) e come integrazione con la psicologia orientale, soprattutto per merito di

Maslow, che, in un’opera del 1962, propone quella che lui chiama una quarta psicologia (dopo quella behavioristica, quella psicoanalitica e quella umanistica), una psicologia che lui definisce come “più elevata, trans-personale, trans-umana, incentrata sul cosmo anziché sui bisogni e sull’interesse umano, oltrepassante la condizione umana, l’identità, l’autorealizzazione …” (Maslow, 1962, p. 6). Sulla base di questo modello si tende a superare sia la concezione dell’Io individuale sia quella relazionale limitata all’Io-Tu (esperienza del Noi), per ricercare una trascendenza di tutta la dimensione umana mediante quella che Assagioli, Jung, Wilber ed altri chiamano l’esperienza del Sé. La psicopatologia deriverebbe dalla rimozione delle potenzialità di trascendenza dell’ego, presenti in ogni essere umano. Essa fa riferimento alla tendenza evolutiva dell’uomo ed al suo procedere da un inconscio istintivo e tellurico verso una dimensione supercosciente e spirituale, nel cui ambito risiedono valori e significati. I maggiori rappresentanti di questo modello psicologico, e della teoria psicopatologica che ne deriva, sono appunto Maslow (psicologia transpersonale o della quarta forza), Assagioli (studi sui rapporti tra autorealizzazione e disturbi psichici), Frankl (analisi esistenziale e logoterapia), Tart (studi sugli stati alterati di coscienza), Grof (studi sulle emergenze spirituali), Ram Dass (alias Richard Alpert, studioso dello sviluppo della coscienza e delle filosofie spirituali dell’oriente), Laing (studi sui rapporti tra psicosi e trascendenza), Wilber (studi sullo spettro della coscienza).

PSICOPATOLOGIA PSICOSINTETICA (OLISTICA)

“Quando si parla di psicosintesi, si parla sempre di ‘completezza’ [. . .]

La psicosintesi è totalità”. R. Assagioli

Il modello psicosintetico della psicopatologia fa riferimento ad una teoria della personalità umana dinamica e integrale che tiene conto di tutti i contributi positivi (accertati nella loro validità ed utilità) dei vari modelli teorici, unificandoli in una concezione unitaria e sintetica. Tale modello pone le sue fondamenta su quella che è stata chiamata la quinta forza della psicologia o psicoenergetica (Assagioli, 1973c), e pone nei concetti di sintesi e di relazione il punto di riferimento e di orientamento, la propria mèta evolutiva ed i suoi valori fondamentali. Questa tendenza ha solide basi scientifiche, in quanto deriva dai progressi della fisica moderna, dalla teoria della relatività di Einstein alla teoria quantistica, mediante le quali si è accertato che la materia è uno stato speciale di energia, si è superato il dualismo della filosofia razionalista cartesiana e ci siamo inoltrati verso una nuova immagine dell’uomo, della vita e dell’universo. In questa nuova visione della vita tutto è interconnessione e interdipendenza, potremmo dire tutto è relazione, e quindi anche relativo, la materia non esiste con certezza in luoghi e tempi definiti e può dissolversi in onde di probabilità, la realtà di un oggetto non può essere separata dal pensiero e dalla coscienza del soggetto che l’osserva, il mondo non è immutabile, determinato e meccanicistico, ma una realtà in continuo divenire, cambiamento e trasformazione. Così il principio di indeterminazione di Heisenberg e il principio di complementarietà di Bohr sembrano dimostrare che niente esiste di per sé, che la separazione non esiste e che la realtà muta a seconda del tipo di relazione ed è inscindibile dalla relazione stessa. La parte esiste solo in funzione e relazione col tutto (di cui è parte partecipe). Come afferma anche Capra, il concetto di parte separata può essere considerato come un’approssimazione: essa non esiste di per sé, ma semplicemente presenta una tendenza ad esistere (Capra, 1975). Assagioli, con la sua ultima proposta della psicoenergetica (1 973b), suggeriva di andare oltre anche la stessa ottica transpersonale, proponendo una scienza psicologica integrale, che studiasse le interazioni di tutti i tipi di energia da quelle biologiche a quelle psicologiche, da quelle fisiche a quelle spirituali, sia a livello microcosmico che macrocosmico (dall’atomo all’universo intero). In tal modo Assagioli evitava di sconfinare e di perdersi in una dimensione spirituale troppo trascendente e scollegata dalla vita, reintegrando la materia e la corporeità nella dimensione spirituale stessa e prospettando la psicosintesi come una visione integrale e dinamica dell’uomo e del cosmo. Introduceva così, similmente a quanto avevano cercato di fare Mère e Sri Aurobindo (Satprem, 1970), una nuova concezione della spiritualità: la dimensione spirituale non è qualcosa di veramente distaccato e trascendente rispetto alla vita, ma è semplicemente un’energia profondamente umana, in relazione dinamica con tutte le altre energie vitali del mondo.

Ciò significa, a nostro avviso, che la spiritualità vera e autentica coincide con la totalità e la completezza, cioè con l’esserci totale, non solo dell’uomo in tutte le sue modalità personali di esserci (fisico-biologica, psicologica e spirituale), ma anche dell’uomo nella sua modalità di esserci in relazione con tutto ciò che è vita: potremmo definire tutto ciò come un esserci in relazione e totalmente. “Si delinea così una prospettiva ecologica e interdipendente della vita, nell’ambito della quale la malattia potrebbe venire a configurarsi come una deviazione dell’uomo non solo dalla propria struttura e funzione, ma anche dalla propria condizione di relazione e interdipendenza col tutto. La malattia insomma si identificherebbe con lo stato di separazione, che non va inteso come un reale distacco, ma come perdita della coscienza di far parte della totalità, come solitudine (e staticità) e come organizzazione erronea e patologica della sofferenza [. . .] La terapia diventerebbe così terapia della solitudine e si configurerebbe prima di tutto come il rifluire della vita in un rapporto dialettico, cioè come dialogo, od anche semplicemente come consolazione [. . . ed acquisterebbe] il significato profondo di [. . .] restituzione della capacità di fluire nella relazione e di recupero della condizione (sentimento) di interdipendenza col tutto ” (Alberti, 1997, p. 26). L’essenza dell’uomo parrebbe dunque dover essere ricercata non in qualcosa di immobile, statico e immutabile, ma nella relazione di ogni parte col tutto e del tutto con ogni parte, dove forse non esiste un’essenza ferma nel tempo e nello spazio, ma mobile ed in continuo cambiamento, in funzione della relazione, dove tutto è in continua e incessante trasformazione, e dove forse, proprio nel lasciarsi fluire nello stesso fluire trasformativo della vita possiamo intravedere-sfiorare-cogliere il nostro Sé.

PSICODIAGNOSTICA PSICOSINTETICA

METODOLOGIA GENERALE

Formulare una diagnosi del disturbo psichico può essere molto complesso: innanzi tutto perché questa non può essere disgiunta dalla teoria della personalità, cui si fa riferimento per stabilire i criteri di salute e malattia (e le teorie sono tante e in continua evoluzione), e poi perché la raccolta dei dati necessari è difficile e richiede tempo. La metodologia generale della psicodiagnostica psicosintetica si svolge, facendo riferimento fondamentalmente a quattro aspetti o fasi, tenendo comunque sempre presente che si tratta di momenti metodologici non nettamente distinti tra loro (né da un punto di vista spaziale, né da quello temporale), esistendo aree di transizione tra l’uno e l’altro, e non susseguendosi in modo preciso nel tempo (potendo procedere parallelamente od anche in modo diverso). Tale variabilità dipende da vari fattori, tra cui per esempio il carattere di urgenza (o meno) della richiesta di intervento, le modalità di comunicazione del paziente, il tipo di approccio metodologico del terapeuta, le sue caratteristiche di personalità, la stessa correlazione dinamica e interdipendenza spazio-temporale di questi aspetti, altri fattori contingenti. È utile inoltre ricordare che la valutazione diagnostica non è mai un punto di arrivo, ma è parte indispensabile di un percorso che si snoda nell’arco del lavoro terapeutico. Come scrive M. Rosselli: “(. . .) la fase di valutazione è iniziale nel processo, ma allo stesso tempo avviene attraverso tutto il processo, se lo si può vedere coinvolto anche nella direzione della vita umana, ed è una scoperta graduale sia della guida che della persona seguita, all’interno dello scambio del loro rapporto” (Rosselli M., 1991, p. 14).

Fatta questa premessa, tali aspetti o fasi della psicodiagnostica psicosintetica sono:

  • ricostruzione storico-biografica (anamnesi);
  • esame psicopatologico di stato;
  • esame globale della personalità;
  • valutazione esistenziale

Questi diversi aspetti vengono indagati prevalentemente con gli stessi mezzi d’indagine (per es. il colloquio, l’autobiografia, l’osservazione delle modalità comportamentali ecc.), perché queste tecniche, diversamente orientate, possono via via cogliere i disturbi psichici, gli aspetti sani della personalità, i valori, i conflitti esistenziali ecc. Inoltre è bene ricordare che non esiste una distinzione netta tra mezzi d’indagine diagnostica e tecniche terapeutiche poiché:

  • la stessa tecnica ha la duplice funzione di dare informazioni e aiuto terapeutico (prima fra tutte il colloquio);
  • gli incontri necessari alla valutazione iniziale sono già qualitativamente parte di un percorso di cura;
  • esaurita la fase della valutazione iniziale, nel progredire del piano terapeutico, la valutazione dei diversi aspetti della vita psichica del paziente continua come verifica del lavoro che terapeuta e paziente stanno svolgendo e come stimolo alla correzione e miglioramento dello stesso piano terapeutico.

I mezzi d’indagine più usati in psicosintesi sono:

  • il colloquio (sicuramente il più importante);
  • la lettura delle modalità comportamentali;
  • l’analisi delle reazioni del terapeuta nel rapporto con il paziente;
  • la scrittura dell’autobiografia e del diario;
  • l’inventario dei conflitti, complessi, aspirazioni, aspetti superiori, delle subpersonalità;
  • l’analisi dei sogni, delle immaginazioni guidate, del disegno libero, di alcune tecniche corporee;
  • infine i questionari e i test proiettivi che possono dare informazioni anche molto specifiche sui diversi aspetti che si cerca di comprendere.

“Ogni psicosintetista può scegliere i mezzi d’indagine che gli sono più consoni e che ritiene più utili per quella persona, perché anche la scelta delle tecniche segue le indicazioni di Assagioli sulla necessità di una ‘psicologia differenziale’ nei suoi aspetti di teoria della personalità, processo diagnostico e tecniche di indagine e intervento” (Favero 2002, p. 14).

RICOSTRUZIONE STORICO-BIOGRAFICA (ANAMNESI)

Fino a non tantissimi anni fa i malati psichiatrici venivano ancora internati negli ospedali psichiatrici (manicomi): la conseguenza della terapia istituzionale psichiatrica era l’induzione di una forma di “psicosi istituzionale” (